Bari, ecco la storia del misterioso edificio di viale Pasteur: fu un "cascamificio" e nacque nel 1910
Letto: 785 volte
giovedì 30 luglio 2026
Letto: 785 volte
di Giancarlo Liuzzi
Dell’immobile ne scrivemmo nel marzo del 2025, appurando all’epoca che si trattava di un antico stabilimento industriale. Oggi, dopo aver approfondito le ricerche e grazie ai ricordi di molti cittadini, possiamo raccontarvi il passato di questo particolare edificio.
Il complesso nacque proprio come fabbrica agli inizi del XX secolo, nell’epoca della Bari della belle époque: un periodo storico in cui non solo gli edifici residenziali e istituzionali ma anche le industrie venivano realizzate con pregevoli architetture.Notizia di proprietà della testata giornalistica © Barinedita (vietata la riproduzione)
Sull’edificio di viale Pasteur colpiscono infatti le coperture a falde, il grande arco a tutto sesto di ingresso e le differenti volumetrie dei piani superiori.Notizia di proprietà della testata giornalistica © Barinedita (vietata la riproduzione)
La struttura si presenta divisa funzionalmente e “cromaticamente” in due parti distinte.
Quella posteriore su due livelli è più antica e si presenta con un colore giallo ocra e arcate e finestre rettangolari. Ha l’aspetto di una residenza o un luogo con funzione direzionale. Quella antistante invece, più bassa e dal color rosso scuro, lascia pensare invece ad ambienti destinati a uso produttivo.Notizia di proprietà della testata giornalistica © Barinedita (vietata la riproduzione)
Dal libro “Bari industriale. Documenti per una archeologia degli edifici produttivi dal XIX secolo agli anni '40” di Cesare Verdoscia e Francesco De Mattia, apprendiamo il nome e la data dello stabilimento: “Cascamificio Capitanio”, sorto nel 1910.Notizia di proprietà della testata giornalistica © Barinedita (vietata la riproduzione)
L’impianto era specializzato nel recupero, lavorazione e trasformazione dei cascami tessili e cioè gli scarti o sottoprodotti delle lavorazioni di filatura e tessitura di fibre come cotone, seta, lana o cashmere. Il prodotto finale veniva poi reimmesso nel ciclo produttivo o usato per creare materiali ad usi industriali.Notizia di proprietà della testata giornalistica © Barinedita (vietata la riproduzione)
In tutta Italia, tra la fine dell’Ottocento e gli inizi del Novecento, sorsero molti di queste grandi fabbriche. Tra i più noti vi fu il Cascamificio di Jesi, fondato nel 1873 dal Banco Industriale e Commerciale di Bologna, che ha cessato la sua attività soltanto nel 2002.Notizia di proprietà della testata giornalistica © Barinedita (vietata la riproduzione)
Il primo a “importare” questo tipo di lavorazione nel capoluogo pugliese fu l’industriale barese Emanuele Capitanio. In quel periodo vi erano infatti numerosi stabilimenti nella provincia che si occupavano di filatura e tessitura. Nella vicina Castellana Grotta ad esempio si trovava l’azienda dei fratelli Nicola e Saverio De Bellis, una delle maggiori realtà pugliese nella produzione cotoniera meccanizzata.Notizia di proprietà della testata giornalistica © Barinedita (vietata la riproduzione)
A Bari invece, nel quartiere Libertà, era già attiva da un cinquantennio la vasta filanda Costantino che contava, agli inizi del ‘900, ben 122 telai meccanici.Notizia di proprietà della testata giornalistica © Barinedita (vietata la riproduzione)
Capitanio impiantò così la sua fabbrica in un terreno a ridosso dei binari della ferrovia, forse riadattando e ampliando un preesistente fabbricato rurale, tutt’ora evidente sulla parte posteriore del complesso.Notizia di proprietà della testata giornalistica © Barinedita (vietata la riproduzione)
Da un disegno prospettico d’epoca, pubblicata nel volume predetto, riconosciamo l’eclettica struttura. La vediamo circondata da un muro di cinta, con un ampio giardino alberato sul lato sinistro e impreziosita da torrini e merlature che le davano l’aspetto di un castello.Notizia di proprietà della testata giornalistica © Barinedita (vietata la riproduzione)
Nell’immagine, sul fronte principale, ai lati del grande portale d’accesso, intravediamo anche la scritta “E. Capitanio Cascamificio”.Notizia di proprietà della testata giornalistica © Barinedita (vietata la riproduzione)
L’impianto era dotato di un macchinario inglese mosso da un motore a gas povero dalla forza di 50/60 Hp. I prodotti tessili passavano varie fasi di selezione, lavaggio, sterilizzazione e battitura delle fibre di scarto che terminavano con la creazione di ovatte rigenerate, imbottiture, filati misti e pezzame per la pulizia industriale.Notizia di proprietà della testata giornalistica © Barinedita (vietata la riproduzione)
Il proprietario aveva inoltre creato un “impasto di sfilacciato di stracci di cotone destinato alla filatura meccanica” che, il 18 dicembre del 1924, fu protetto dall’attestato di privativa: documento ufficiale che riconosceva a un soggetto il diritto esclusivo di sfruttare un'invenzione.Notizia di proprietà della testata giornalistica © Barinedita (vietata la riproduzione)
L’impianto restò attivo probabilmente fino al secondo Dopoguerra, quando molte delle industrie baresi chiusero e, svariate di esse, via via demolite.Notizia di proprietà della testata giornalistica © Barinedita (vietata la riproduzione)
Il cascamificio ebbe però una seconda vita. «Tra gli anni ’60 e ’70 si trasformò nel cantiere navale “Atlas” – ricorda Angelo, che risiedeva di fronte all’edificio -. Era specializzato nella costruzione di pregevoli imbarcazioni in legno con velieri lunghi anche 10-15 metri. Nel complesso c’erano inoltre vari alloggi per il custode e per gli operai».Notizia di proprietà della testata giornalistica © Barinedita (vietata la riproduzione)
La vasta struttura venne poi divisa in più parti. Una di queste ospitò, nel 1977-1978, un locale serale denominato "La filanda" (forse ispirato alla vecchia funzione del complesso). «Si ballava sia all’interno che all’esterno, durante le serate estive – ricorda Etta -. La sala era una “creatura” del Regine Club di Poggiofranco».Notizia di proprietà della testata giornalistica © Barinedita (vietata la riproduzione)
Nei decenni successivi gli ambienti ospitarono poi altre attività commerciali, depositi di materiali meccanici e idraulici e, nell’estate del 2022, anche il Teatro Duse, fondato nel 2000 dalla cantautrice barese Mia Fanelli.Notizia di proprietà della testata giornalistica © Barinedita (vietata la riproduzione)
Ora il complesso appare disabitato e per un periodo la parte retrostante è stata anche messa in vendita.Notizia di proprietà della testata giornalistica © Barinedita (vietata la riproduzione)
Quale sarà quindi il futuro dell’insolito edificio di viale Pasteur, testimone secolare della produttiva Bari industriale di un tempo?
(Vedi galleria fotografica)
© RIPRODUZIONE RISERVATA Barinedita


.jpg)
.jpg)
.jpg)
.jpg)


.jpg)
.jpg)



 - Copia2.jpg)



22.jpg)





